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Parole in prestito

March 7, 2011

Sono giorni che vorrei scrivere qualcosa sugli sbarchi a Lampedusa, sui rifugiati libici in Tunisia, sulle migliaia di persone che abbandonano la Costa d’Avorio. Mentre cercavo le parole, ho trovato questo ed ho pensato che per il momento non avrei avuto parole migliori.

SEPARATION

We with our vagrant language
we with our incorrigible accents
and another word for milk
we who come by train
and embrace on platforms
we and our wagons
we whose voice in our absence
is framed on a bedroom wall
we who share everything
and nothing –
this nothing which we break in two
and wash down with a gulp
from the only bottle,
we whom the cuckoo
taught to count,
into what currency
have they changed our singing?
What in our single beds
do we know of poetry?

We are experts in presents
both wrapped ones
and the others left surreptitiously.
Before leaving we hide our eyes our feet our backs.
What we take is for the luggage rack.
We leave our eyes behind
in the window frames and mirrors
our feet behind
on the carpet by the bed
our backs
in the mortar of the walls
and the doors hung on their hinges.
The door closed behind us
and the noise of the wagon wheels.

We are experts in taking.
We take with us anniversaries
the shape of a fingernail
the silence of the child asleep
the taste of your celery
and the word for milk.
What in our single beds do we know of poetry?

Single track, junction and
marshalling yards
read out loud to us
No poem has longer lines
than those we have taken.
Like horsedealers we know how
to look a distance in the mouth
and judge its pain by its teeth.

With mules, on foot
by airliners and lorries
in our hearts
we carry everything,
harvests, coffins, water,
oil, hydrogen, roads,
flowering lilac and
the earth thrown into the mass grave.

We with our bad foreign news
and another word for milk
what in our single beds
do we know of poetry?

We know as well as the midwives
how women carry children
and give birth,
we know as well as the scholars
what makes a language quiver.

Our freight.
The bringing together of what has been parted
makes a language quiver.
Across millennia and the village street
through tundra and forests
by farewells and bridges
towards the city of our child
everything must be carried.

We contain poetry
as the cattle trucks of the world
carry cattle.
Soon in the sidings
they will sluice them down.

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Da: John Berger,  And our faces, my heart, brief as photos

Le foto invece (Reuters, LaPress) vengono da una fotogallery di Repubblica

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The United States of Africa

March 4, 2011

Uno dice Libia, ed ecco che subito per qualche strana associazione mentale  (sarà il petrolio? le dune? i cammelli?) uno pensa al Medio Oriente e invece la Libia è proprio in Africa. Perdonate la tautologia, ovviamente non parlo della collocazione geografica ma del ruolo che la politica estera ma soprattutto i soldi di Gheddafi (sì ho optato per lo spelling all’italiana) hanno sempre avuto nelle vicende politiche africane, soprattutto quelle al di là del Sahara.

A vederlo così – circondato dalle amazzoni-  uno non lo direbbe mai che il Colonnello sia stato (e sia tuttora) uno dei principali sostenitori del Panafricanismo attraverso l’unione degli stati africani in un unica entità politica (gli Stati Uniti d’Africa, appunto, e guardate che non me lo sono inventato, il nome).

Come scrive Howard W. French questa settimana sull’Atlantic:

“For decades in Africa, Qaddafi has put his money where his mouth was: showering petro-dollars on favored clients, funding liberation groups, nurturing political movements, and even paying civil servants. To make sure that no one missed the message, he has often paid a huge portion of the operating costs of the continental body, the African Union.”

Non in molti sanno che i soldi ed il sostegno di Gheddafi hanno condizionato le vicende politiche del continente almeno negli ultimi vent’anni.  Sono innumerevoli i movimenti di liberazione, a cominciare da quello guidato da Thomas Sankara in Burkina Faso, che hanno beneficiato delle armi e dell’addestramento libico. Col tempo i gusti del Colonnello sono andati più verso il sanguinario, e le sue ultime creature sono state il presidente Liberiano Charles Taylor adesso sotto processo alla Corte Penale Internazionale per gli orrendi crimini commessi in Sierra Leone, ed il (sino ad allora) poco noto Laurent Kabila, succeduto a Mobutu Sese Seko alla guida della Repubblica Democratica del Congo.

Dunque mi chiedo: come mai i governi africani se ne stanno zitti e buoni? Come mai l’Unione Africana non ha ancora detto o fatto o proposto nulla di significativo se non agitare lo spauracchio della catastrofe che un intervento militare comporterebbe? Forse sono io che leggo i giornali sbagliati?  L’unica cosa che per il momento sembrerebbe collegare la rivoluzione libica (ed egiziana) al resto del continente, sono queste notizie qua, di feroce ed indiscriminata repressione.

Non dimentichiamo che non sono le nostre associazioni mentali (petrolio e cammelli=medio oriente) a governare la politica internazionale, e che la Libia non è in Medio Oriente, è in Africa, e questo vorrà pur dire qualcosa.

money money money

February 28, 2011

Money.

that’s all what DFID is talking about in evaluating its aid expenditure (multilateral and bilateral) based on performance results. The idea is to look at aid expeditures “with a new focus on results and value for money, and the results will set the framework for UK aid policy for several years to come“.  ODI’s blog comments today on the preliminary findings and gives some interesting anticipations on who is doing well and who not (too bad for FAO, but we can’t say that was unexpected!).  It also questions the idea of using the concept “good value for money” in aid and development, where often risks and failures come before any success.

If you are interested in a more complex and probably enlightening way of assessing aid impact and transparency, I strongly suggest Owen Barden’s “Eight lessons from three years working on aid transparency” My favourites? 3 and 4.

I still don’t get why this book about having less and less money has received so much attention (I have found it reviewed in at least 10 development/economics blogs so far, so I can’t avoid doing my bit here), but maybe you can consider listening to the summary instead of reading it all.

And, finally, can someone please find some money to avoid such unbearable sadness from the BBC World Service?

casi in cui la pessima memoria NON è il segreto della felicità

February 27, 2011

«Lo storico, il quale in avvenire vorrà ricostruire questo torbido periodo della nostra vita nazionale, dovrà giudicare che la cultura italiana nel primo decennio del secolo XX doveva essere caduta assai in basso, se fu possibile ai grandi giornali quotidiani e ai giornalisti, che pur andavano per la maggiore, far credere all’intero Paese tutte le grossolane sciocchezze con cui l’impresa libica è stata giustificata e provocata. Non esistevano, dunque, in Italia studiosi seri e coscienziosi? Cosa facevano gli insegnanti universitari di geografia, di storia, di letterature straniere, di diritto internazionale, di cose orientali? Credettero anch’essi alle frottole dei giornali? E se non ci credettero, perché lasciarono che il Paese fosse ingannato? Oppure considerarono la faccenda come del tutto indifferente per la loro olimpica serenità? La risposta a queste domande non potrà essere molto lusinghiera per la nostra generazione ». Gaetano Salvemini (h/T to Alessandro Politi)

Riposto qui un esempio tra tutti, dal Sole 24 Ore di 2 anni fa.

Del prezzo dei carciofi ed altre quisquilie

February 26, 2011

Leggermente nell’ombra causa inaspettato e subitaneo risveglio democratico di una grande fetta di mondo, i prezzi delle derrate alimentari mondiali hanno ricominciato a salire. Anzi, direi che sono già arrivati oltre i livelli che fecero tremare i mercati mondiali nel 2008 e che provocarono panico, tumulti ed almeno due o tre forum internazionali dedicati unicamente alla soluzione del problema.

Stavolta invece, la FAO si limita timidamente a tirare fuori il suo rapportino* e qualche stiracchiata raccomandazione e la stampa internazionale esce con la solita domanda apocalittico-malthusiana sul se riusciremo a nutrirci tutti nel 2050, (tutti essendo per quell’epoca 9 miliardi).

Poi sono uscita di casa stamattina e sono andata dal fruttivendolo sotto casa ed ho fatto quello che accomuna tutti gli abitanti del pianeta: la spesa. Ho comprato 3 carciofi di Cerveteri (commoventi per quanto sono belli), numero 5 kiwi del Lazio e 300 g di minestrone fresco, per un totale di otto euro e 50 centesimi. Ora, tutti voi lettori con un minimo di conoscenze di economia domestica sanno che tale prezzo è un’enormità e magari potrebbero giustamente suggerirmi di cambiare fruttivendolo, ma il punto è che tale enormità non è più tale se la paragono ai miei introiti mensili o giornalieri e che questo paragone è esattamente quello che smette di accomunarmi ai 5 miliardi di persone per le quali attualmente comprare un chilo di riso rappresenta circa il 30% delle entrate giornaliere (quando non di più).  E dunque io posso scegliere la filiera corta, il chilometro zero, la certificazione di origine e tutte quelle belle cose che attualmente costano tantissimo e che pare facciano tanto bene al pianeta ed alla mia salute. Peccato che la maggior parte degli abitanti del pianeta non abbia assolutamente questa scelta.

Ora, a rischio di mischiare i piani in questo complicatissimo discorso,  credo che il succo del discorso non sia tanto SE riusciremo a dare da mangiare a nove miliardi di persone. Direi che possiamo scommettere sull’umanità e darci adesso la risposta breve di sì, probabilmente riusciremo a nutrire bene o male tutti . Il problema sta nel COME gli daremo da mangiare, e quanto questo costerà a ciascuno di noi.

Lo speciale con cui l’Economist esce questa settimana è fatto bene e parla dei modi di  “boost yields of the main crops, considers the constraints of land and water and the use of fertiliser and pesticide, assesses biofuel policies, explains why technology matters so much and examines the impact of recent price rises.” Che sono tutti argomenti cruciali e complicatissimi sui quali sorprendentemente in pochi hanno un’opinione che sia più che aneddotica o che travalichi l’indottrinamento coatto dei produttori di biologico o ancor peggio dei luddisti agricoli.

Non sono però sicura (nonostante l’esempio lampante dei carciofi, che però non eleverei a sistema) di essere d’accordo con le conclusioni dello speciale: “[..] although the concerns of the critics of modern agriculture may be understandable, the reaction against intensive farming is a luxury of the rich. Traditional and organic farming could feed Europeans and Americans well. It cannot feed the world.”

Voi, compratori di pomodori messicani in vendita a 0,99 rigurgitati in Italia dalle catene della grande distribuzione alimentare, e voi, frequentatori di costosissimi mercati a filiera corta, cosa ne pensate?

*nota di servizio: Il sito web della FAO in questo momento è ostinatamente bloccato sulla homepage e non mi permette di mettere il link al rapporto citato. provvederò quanto prima.

viungo vya leo (middle east edition)

February 26, 2011

E’ venerdì. A giudicare da quanto ho visto e letto in giro sinora, ci sono ottime possibilità che il vostro weekend venga funestato da biechi e poco ricercati sensazionalismi sulla crisi libica e che i vostri timidi tentativi di comprensione siano vanificati dalla marea di assurde congetture formulate con la sola speranza di finire su un taglio di giornale un po’ più in alto, un po’ più in evidenza..

Dunque che fare? Fare un bel respiro ed un passo indietro ed una visita su Amazon seguendo le indicazioni di lettura del New York Times:  Recommendations for background reading for understanding the current upheaval in the Arab world, from experts contacted by The Times. Tra gli “esperti” anche il direttore del programma sul Medio Oriente dell’ ICG.

gelsomini a roma anche con il freddo

February 24, 2011

Ricevo un paio di giorni fa e con molto piacere ripubblico una email di una cara amica che da tempo segue le cose di Africa e Medio Oriente:

“Da quasi un mese seguiamo i movimenti rivoluzionari di Egitto, poi Tunisia, e ora la Libia.
E’ una questione di stile il fatto che nessuno (tranne “quattro gatti”: i Radicali e un gruppo di immigrati libici di Roma, riuniti davanti all’ambasciata) abbia indetto una manifestazione di solidarietà per i popoli egiziano, tunisino e libico che si stanno dimostrando così coraggiosi e vivi? Perché “non si porta più”?
Eppure è molto più importante questa azione di massa – sostenerla, anche capirla e analizzarla, ma per sostenerla!- che qualsiasi altra cosa  (un presidente del consiglio,la questione di genere,la riforma dell’università). C’è di tutto dentro queste rivolte, elementi reazionari e progressisti insieme: poteri militari, occhiolino all’Occidente e alle ideologie occidentali, alla comunità internazionale – ma anche fabbriche occupate e in scioperi inarrestabili in Egitto, rivendicazioni sindacali che non si sentivano da decenni, e il coraggio dei libici cade nel vuoto di fronte al silenzio della società civile italiana. Questo è un movimento di popolo che va sostenuto: i) per capire e capire come evitare le pericolossissime manipolazioni cui sta rischiando di cadere vittima (golpe militari,fazionalismi; la questione della leadership delle mobilitazioni e delle ideologie che non stanno emergendo, lo spontaneismo); ii) per dare sostegno agli attivisti, ai mobilitatori e agli eroi, alle loro famiglie,  alle difficoltà materiali che stanno affrontando.
Venticinque anni fa Colin Leys scriveva:

“A commitment to the emancipation of Africa involves judgements as to the forces and projects that best represent the interests of the masses, that are most democratic, judgements that are as difficult to make in Africa as they are everywhere else. But the mistakes of those who really try to answer these questions will more often than not be generously forgiven. The Western observer who adopts this position is often challenged to say what he or she would recommend “instead” of what this or that regime, capitalist or socialist, is doing or has done. This sounds like a reasonable demand, designed as it is to curb the pretensions of armchair criticism. Yet what the African revolution needs  is not so much recommendations as support.  Outsiders can contribute usefully to African policy- making, but too many of these efforts are vitiated by the weakness of the popular forces on which most progressive policies ultimately depend for their success- and this weakness is aggravated by the failure of too many in the West to extend to the African revolution even the most elementary forms of support. How many of these challengers have worked for the release of trade unionists detained in various African countries or protested at the shooting of students in Zaire or the hanging of Zimbabwean guerrillas by the illegal Smith regime- or even against the lending of their own money by their own banks to the repressive racist state of South Africa?” “

Ecco, io non so molto di chi abbia indetto questa manifestazione per oggi giovedì 24 a Roma davanti a Montecitorio.

Quello che so è che condivido l’urgenza e la necessità di esserci. Se siete da queste parti posso solo dire venite anche voi.