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gelsomini a roma anche con il freddo

February 24, 2011

Ricevo un paio di giorni fa e con molto piacere ripubblico una email di una cara amica che da tempo segue le cose di Africa e Medio Oriente:

“Da quasi un mese seguiamo i movimenti rivoluzionari di Egitto, poi Tunisia, e ora la Libia.
E’ una questione di stile il fatto che nessuno (tranne “quattro gatti”: i Radicali e un gruppo di immigrati libici di Roma, riuniti davanti all’ambasciata) abbia indetto una manifestazione di solidarietà per i popoli egiziano, tunisino e libico che si stanno dimostrando così coraggiosi e vivi? Perché “non si porta più”?
Eppure è molto più importante questa azione di massa – sostenerla, anche capirla e analizzarla, ma per sostenerla!- che qualsiasi altra cosa  (un presidente del consiglio,la questione di genere,la riforma dell’università). C’è di tutto dentro queste rivolte, elementi reazionari e progressisti insieme: poteri militari, occhiolino all’Occidente e alle ideologie occidentali, alla comunità internazionale – ma anche fabbriche occupate e in scioperi inarrestabili in Egitto, rivendicazioni sindacali che non si sentivano da decenni, e il coraggio dei libici cade nel vuoto di fronte al silenzio della società civile italiana. Questo è un movimento di popolo che va sostenuto: i) per capire e capire come evitare le pericolossissime manipolazioni cui sta rischiando di cadere vittima (golpe militari,fazionalismi; la questione della leadership delle mobilitazioni e delle ideologie che non stanno emergendo, lo spontaneismo); ii) per dare sostegno agli attivisti, ai mobilitatori e agli eroi, alle loro famiglie,  alle difficoltà materiali che stanno affrontando.
Venticinque anni fa Colin Leys scriveva:

“A commitment to the emancipation of Africa involves judgements as to the forces and projects that best represent the interests of the masses, that are most democratic, judgements that are as difficult to make in Africa as they are everywhere else. But the mistakes of those who really try to answer these questions will more often than not be generously forgiven. The Western observer who adopts this position is often challenged to say what he or she would recommend “instead” of what this or that regime, capitalist or socialist, is doing or has done. This sounds like a reasonable demand, designed as it is to curb the pretensions of armchair criticism. Yet what the African revolution needs  is not so much recommendations as support.  Outsiders can contribute usefully to African policy- making, but too many of these efforts are vitiated by the weakness of the popular forces on which most progressive policies ultimately depend for their success- and this weakness is aggravated by the failure of too many in the West to extend to the African revolution even the most elementary forms of support. How many of these challengers have worked for the release of trade unionists detained in various African countries or protested at the shooting of students in Zaire or the hanging of Zimbabwean guerrillas by the illegal Smith regime- or even against the lending of their own money by their own banks to the repressive racist state of South Africa?” “

Ecco, io non so molto di chi abbia indetto questa manifestazione per oggi giovedì 24 a Roma davanti a Montecitorio.

Quello che so è che condivido l’urgenza e la necessità di esserci. Se siete da queste parti posso solo dire venite anche voi.

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