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Del prezzo dei carciofi ed altre quisquilie

February 26, 2011

Leggermente nell’ombra causa inaspettato e subitaneo risveglio democratico di una grande fetta di mondo, i prezzi delle derrate alimentari mondiali hanno ricominciato a salire. Anzi, direi che sono già arrivati oltre i livelli che fecero tremare i mercati mondiali nel 2008 e che provocarono panico, tumulti ed almeno due o tre forum internazionali dedicati unicamente alla soluzione del problema.

Stavolta invece, la FAO si limita timidamente a tirare fuori il suo rapportino* e qualche stiracchiata raccomandazione e la stampa internazionale esce con la solita domanda apocalittico-malthusiana sul se riusciremo a nutrirci tutti nel 2050, (tutti essendo per quell’epoca 9 miliardi).

Poi sono uscita di casa stamattina e sono andata dal fruttivendolo sotto casa ed ho fatto quello che accomuna tutti gli abitanti del pianeta: la spesa. Ho comprato 3 carciofi di Cerveteri (commoventi per quanto sono belli), numero 5 kiwi del Lazio e 300 g di minestrone fresco, per un totale di otto euro e 50 centesimi. Ora, tutti voi lettori con un minimo di conoscenze di economia domestica sanno che tale prezzo è un’enormità e magari potrebbero giustamente suggerirmi di cambiare fruttivendolo, ma il punto è che tale enormità non è più tale se la paragono ai miei introiti mensili o giornalieri e che questo paragone è esattamente quello che smette di accomunarmi ai 5 miliardi di persone per le quali attualmente comprare un chilo di riso rappresenta circa il 30% delle entrate giornaliere (quando non di più).  E dunque io posso scegliere la filiera corta, il chilometro zero, la certificazione di origine e tutte quelle belle cose che attualmente costano tantissimo e che pare facciano tanto bene al pianeta ed alla mia salute. Peccato che la maggior parte degli abitanti del pianeta non abbia assolutamente questa scelta.

Ora, a rischio di mischiare i piani in questo complicatissimo discorso,  credo che il succo del discorso non sia tanto SE riusciremo a dare da mangiare a nove miliardi di persone. Direi che possiamo scommettere sull’umanità e darci adesso la risposta breve di sì, probabilmente riusciremo a nutrire bene o male tutti . Il problema sta nel COME gli daremo da mangiare, e quanto questo costerà a ciascuno di noi.

Lo speciale con cui l’Economist esce questa settimana è fatto bene e parla dei modi di  “boost yields of the main crops, considers the constraints of land and water and the use of fertiliser and pesticide, assesses biofuel policies, explains why technology matters so much and examines the impact of recent price rises.” Che sono tutti argomenti cruciali e complicatissimi sui quali sorprendentemente in pochi hanno un’opinione che sia più che aneddotica o che travalichi l’indottrinamento coatto dei produttori di biologico o ancor peggio dei luddisti agricoli.

Non sono però sicura (nonostante l’esempio lampante dei carciofi, che però non eleverei a sistema) di essere d’accordo con le conclusioni dello speciale: “[..] although the concerns of the critics of modern agriculture may be understandable, the reaction against intensive farming is a luxury of the rich. Traditional and organic farming could feed Europeans and Americans well. It cannot feed the world.”

Voi, compratori di pomodori messicani in vendita a 0,99 rigurgitati in Italia dalle catene della grande distribuzione alimentare, e voi, frequentatori di costosissimi mercati a filiera corta, cosa ne pensate?

*nota di servizio: Il sito web della FAO in questo momento è ostinatamente bloccato sulla homepage e non mi permette di mettere il link al rapporto citato. provvederò quanto prima.

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